martedì 14 maggio 2013

Neuroni zen

Dal dottorato in neuroscienze all'arte giapponese: intervista a Greg Dunn



Two Pyramidals. Credit: Gregg Dunn

È possibile trasformare le immagini al microscopio dei neuroni in opere d’arte? Intrecciare il proprio dottorato in neuroscienze con un percorso artistico fino al punto di farli diventare quasi una cosa unica e coerente? Gregg Dunn ci è riuscito. Avevo già parlato di lui e di come i suoi quadri e le sue stampe, così essenziali ed eleganti, mi avessero conquistata. Ho avuto il piacere di conoscere questo scienziato-artista in occasione dello scorso meeting della società di neuroscienze (SfN), a New Orleans, dove ha presentato alcune delle sue opere e, siccome oltre a essere bravo è estremamente cortese e disponibile, ne è nata poi un’intervista:

Il tuo lavoro artistico è davvero molto originale, un  bel connubbio di arte e scienza. Nella tua formazione difatti c’è anche un dottorato in neuroscienze alla Pennsylvania University: è allora che hai iniziato a fare dei neuroni un’arte?

Sono sempre stato interessato all’arte asiatica, ai suoi spazi ‘In negativo”, alla sua eleganza e spontaneità. A un certo punto mentre ero studente osservando tutto il giorno immagini di neuroni ho realizzato che essi hanno delle “naturali” qualità zen e che grazie alle loro forme sono perfettamente in linea con i principi estetici dell’arte asiatica nei suoi soggetti tradizionali. In particolare la tecnica di staining di Golgi è fantastica perché permette di  ottenere immagini in cui solo pochi neuroni sono colorati ed è possibile apprezzarne a pieno le forme. Si stagliano soli nello spazio vuoto, possono respirare.

Lo scorso anno hai presentato il tuo lavoro al meeting di neuroscienze SfN ed è stato un vero successo. I tuoi lavori si prestano anche a dare un messaggio diverso della scienza, a rivelarne possibilità inedite. Ti senti un po’ un comunicatore della scienza in qualche modo?

In un certo senso sì, per me è importante mostrare al mondo che nel cervello c’è bellezza e che il mondo microscopico è affascinante. Provo soddisfazione quando uno scienziato guardando un mio quando vi ritrova l’entusiasmo per la scienza che lo aveva mosso all’inizio. In un periodo in cui la pazienza nell’attendere i risultati scientifici è sempre più poca cerco anche di mettere in luce ed esaltare il valore di queste immagini, per le quali molti scienziati investono anni di studio, affinché la gente possa apprezzarle. Un dipinto ti parla da solo in modo diretto, la mia speranza è che inizialmente le persone guardino i quadri godendo semplicemente della loro bellezza e in questo modo siano incuriositi e incoraggiati  ad andare più a fondo e conoscere la scienza che vi sta dietro.

Gold Cortex - Gregg Dunn

Glial Flare - Gragg Dunn

Passiamo più nel dettaglio alla tue opere, sapresti descriverci da dove arriva l’ispirazione per i tuoi quadri, segui dei criteri di scelta particolari per decidere quali neuroni reppresentare? In che modo combini la tua preparazione scientifica con la pratica artististica, potresti spiegarci brevemente la tua tecnica artistica? 

Nella routine del mio lavoro artistico uso costantemente le mie conoscenze di fisica e chimica. Ho un approccio scientifico: redigo i protocolli, prendo appunti e sperimento. Penso sia importante come artista conoscere a fondo i materiali che si utilizzano perché questo permette di manipolarli e lavorarli in modo preciso e specifico. I soggetti che dipingo dipendono dalla mia ispirazione o da un’esigenza tecnica. Se sono interessato a sperimentare specifiche procedure come per esempio l’incorporazione di materiali iridescenti, cerco soggetti che si prestino a questo tipo di lavorazione e mi permettano di esplorare a fondo la tecnica.


Retina - Greg Dunn

Glomerulus- Gregg Dunn


Attualmente continui a lavorare anche in ambito scientifico?

Al momento lavoro full time come artista, ma ho in corso diverse collaborazioni scientifiche a lungo termine.


Recentemente hai preparato un’opera importante per il Florida Max Planck institute: di cosa si trattava?

Il direttore del Florida Max Planck Institute, dottor David Fitzpatrick, mi chiese di realizzare un quadro per il l’ingresso principale dell’istituto. Per me è stato un vero onore ricevere l’attenzione del Max Planck Institute, e l’edificio tra l’altro è fantastico. Dal momento che molti dei ricercatori nell’istituto conducono studi sulla corteccia cerebrale abbiamo convenuto che questo potesse essere il soggetto giusto.


Al momento stai lavorando a qualcosa di nuovo?

Sì al momento ho in corso diversi progetti, sia lavori che mi sono stati commissionati sia miei e sto cercando di approfondire soprattutto l’uso di materiali riflettenti. Ho anche il progetto ambizioso di dare il via a un mio laboratorio di sceinza e arte e di collaborare con diversi laboratori di ricerca di base per creare delle nuove opere, ma è ancora tutto in fase preliminare. Se tutto va secondo i piani avrò qualcosa di nuovo da raccontare antro fine anno!

Exciting!

Retina Ink - Gregg Dunn

English version 

From a neuroscience PhD to the japanese art: talking with Greg Dunn


Is it possible to combine a PhD in neuroscience with an artistic path getting them altogether in a really unique and coherent result? Gregg Dunn does.
I talked already about this scientist-artist and how their paints, graceful and essentials, made me conquered. I had the pleasure to meet him at the last SfN conference in New Orleans where he exposed some of its paints and, since is also a very kind person, came out after a nice interview:


Your artwork is really interesting, a very happy liaison between art and science. Actually I learn you got a PhD in neuroscience: is it during that time you start looking at the neurons in an "artistic way"? What happened?

I'd always been interested in Asian art- its negative space, its elegance, its spontaneity. Looking at images of neurons all day in grad school really helped me to see the natural Zen qualities of neurons, and that neurons fit naturally into the category of Asian art because of the similarities in form to more traditional subjects of the medium.  Golgi stains in particular are great because you only get a few neurons stained per slide, allowing sufficient negative space and breathing room to really be able to appreciate them thoroughly. 

Last Year you presented your artwork at the Neuroscience meeting of SfN and it was a success. I think your paints represent a good way to give people a new perspective about the science and to get them more into it. What do you think about, do you feel a bit like a science-communicator?

In an sense, yes, it is important to me to show the world that beauty exists in the brain and all over the microscopic world. It is a good feeling when a scientist looks at one of my paintings and feels that same sense of wonder that got them interested in science in the first place. I also try to do my best to glorify the subject matter that so many scientists dedicate their lives to, and to bring it to light to a population that this days has very little patience for scientific data.
The paintings can speak to you in a direct way, and it is my hope that a person that knows nothing about the brain would see a painting, not know what it is but enjoy it aesthetically, and then be encouraged to ask deeper questions about the science of it.


How do you combine your scientific skills with the art? Could you shortly describe your art-technique and the way you choose your subjects?

I use my knowledge of chemistry and physics fairly routinely in my studio. I approach art very scientifically- I write up protocols, keep notes, and am often experimenting.  I think that it is important as an artist to deeply understand the materials that you are using as it allows you to manipulate them in very specific ways. As for what subjects I paint, I'll paint whatever inspires me. If I'm interested in developing a new technique, say, incorporating iridescent materials, then I might be drawn to subject material that will most allow me to explore the technique.

Cerebellar Lobe -Greg Dunn

Hippocampus II - Greg Dunn


Are you still working in science also?

I am a full time artist now, but I still draw from science and have some long term plans that will keep me involved in the scientific side of things as a collaborator.


Recently you made a work for the Max Planck Institute in Florida: could you tell us the story? What about the subject?

Dr. David Fitzpatrick, the director of the Florida Max Planck Institute, asked me to do a painting for their lobby.  It really was an honor to do that painting because I have great regard for the Max Planck, and the new building is quite marvelous.  There are a lot of people at the Institute that study cortex, so we collectively decided that this would be a good theme.


Are you currently working on something new?

Yes, I have many projects that are ongoing at the moment, including commissions and some of my own work.  I am making a point to explore some new materials this year, and I'm going to go deeper into my exploration of reflective materials.  I have an ambitious plan in the works to start an art/science lab and to collaborate with basic research labs to produce new pieces, but this is in the preliminary stages.  If all goes according to plan, I will have something interesting to talk about by the end of the year!

 Simply cool!
 

venerdì 12 aprile 2013

Elogio della pernacchia




pernàcchia s. f. [voce napol., in precedenza pernàcchio, da un originario vernàcchio che è il lat. vernacŭlus «servile, scurrile», der. di verna «servo, schiavo»]. – Suono volgare che si produce emettendo un forte soffio d’aria tra le labbra serrate, talvolta con la lingua interposta, più spesso premendo la bocca col dorso o col palmo della mano: esprime disprezzo per la superbia e l’arroganza altrui, derisione nei confronti di situazioni o comportamenti retorici e sim.: prendere qualcuno a pernacchie; si ebbe un coro di pernacchie dai compagni; fece una p., lunga che non finiva mai (Pasolini). Dim. pernacchina, pernacchiétta; accr. pernacchióna.

risata s. f. [der. di riso2]. – Il ridere una volta e in modo aperto, sonoro e prolungato; indica per lo più allegria franca, schietta e intensa: la fine della barzelletta fu accolta da una r. generale; al cinema c’era un film comico che mi ha fatto fare tante, mille, un sacco di r.; scoppiare in una r.; trattenere, frenare una r.; che risate ci siamo fatte! (o semplicem.: che risate!); farsi delle grasse, delle matte r.; una r. omerica, ampia e sonora come quella di alcuni personaggi omerici; come manifestazione di derisione, scherno, noncuranza: ho cercato di fargli capire l’errore che faceva, ma mi ha fatto una r. in faccia. Dim. risatina (v.), o anche, ma raro, risatèlla; accr. risatóna; pegg. risatàccia, risata sguaiata o sprezzante.

Sarà che nei giorni scorsi con la mia nipotina ho riscoperto il potere degli spernacchiamenti, usati come antidoto per esorcizzare “la strega cattiva”, sarà che semplicemente nelle ultime giornate una sana risata e pure una pernacchia sarebbero serviti più del banale corrucciarsi, ma oggi voglio chiudere la settimana regalando pernacchie (e spero qualche sorriso). 
Al buonumore chissà perché non si presta tanta attenzione, siamo sempre perversamente attaccati e interessati alle cose malfunzionanti, che fanno male e provocano tristezza anche se vorremmo fuggirle. Perfino le neuroscienze hanno iniziato solo recentemente a occuparsi della natura delle emozioni positive e di come vengono elaborate nel nostro cervello. Dal punto di vista evolutivo se è relativamente facile comprendere la valenza delle emozioni negative e di reazioni come rabbia e paura, un po’ più complicato è trovare una spiegazione a fenomeni come le risate, che possono essere contagiose, e il sense of humor quindi, perché no, anche la pernacchia usata a dovere. 
Secondo la psicologa Barbara Fredrickson, che da anni studia la valenza delle emozioni positive, queste svolgono un ruolo complementare a quelle negative ma rivolte al lungo periodo. Secondo la ricercatrice esse sono inoltre correlate alla resilienza dell’individuo, ossia alla sua capacità di reagire e rispondere in modo costruttivo a situazioni di diagio e crisi. Le emozioni positive comportano infatti uno status mentale volto all’azione e all’esplorazione dell’ambiente alla ricerca di risorse. E se ci riflettiamo questi sono elementi importantissimi anche per i processi creativi che ci permettono di trovare soluzioni nuove e applicazioni utili. Ecco che il circolo virtuoso si chiude: le emozioni positive ci consentono di stare in una condizione di “sicurezza”, cioè non sono stressato e impegnato a difendermi e/o sopravvivere, ma ho energie sufficienti per iniziare a guardarmi intorno, esplorare e migliorare la mia condizione di vita che conseguentemente sarà più soddisfacente. Elemento interessante di questo processo è il gioco, quindi il fatto semplicemente di divertirsi, il farsi, appunto, una grassa risata o mettersi a spernacchiare diventano strumenti esplorativi di successo, provare per credere.

giovedì 28 marzo 2013

Biologia oh yes!

Credit: Wikipedia

Cari studenti, e cari insegnanti, e cari tutti voi semplici curiosi di quella strana entità chiamata biologia (attenzione chi ha sempre guardato alle scienze della vita con diffidenza e/o noia dovrà ricredersi), questo post è per voi. 
Il fatto è che nonostante il poco tempo a disposizione continuo imperterrita a seguire alcune lezioni all'università. È vero mi son già laureata da un pezzo e con gli esami ho già dato in abbondanza, ma insomma una rinfrescata a certe nozioni non fa mai male, anzi a volte ritornare proprio sui fondamentali dopo tanto tempo e dopo aver preso l'abitudine di darli "per scontati" ti fa fare delle scoperte. La prima è che si impara forse anche di più della prima volta, o comunque le stesse cose ci appaiono da un'angolatura diversa, ci danno degli insight nuovi perché nel frattempo noi siamo cambiati, abbiamo fatto altre esperienze e guardiamo a quelle cose con occhi nuovi. È un po' come rileggere un romanzo a distanza di anni. È un'esperienza che mi è capitato di fare in tanti ambiti, nella danza per esempio riprendere come training alcuni esercizi o passi-base, o nella scrittura, in qualunque ambito tornare per un momento su alcuni elementi di base "esplorandoli" con la nuova consapevolezza che deriva dall'averli imparati e poi dimenticati, ritornare con l'attenzione su di essi, può avere un senso.
Ad ogni modo, in questo caso c'è dell'altro e cioè che le lezioni che sto seguendo sono fa-vo-lo-se e potete seguirle anche voi perché sono on-line. 
Lo scorso autunno, come vi avevo raccontato, ho frequentato il corso di biostatistica organizzato da edX in partnership con la Harvard University e il MIT (Massachusetts Institute of Technology), ora invece sto seguendo il corso di intelligenza artificiale (ci fanno fare gli esercizi programmando nuovi schemi per pacman, parliamone) e il corso di introduzione alla biologia tenuto da Eric Lander, uno dei pionieri del progetto genoma umano

7.00x: Introduction to Biology: the secret of life

A chi mi dice ma che cosa ti metti a seguire l'introduzione alla biologia dopo che ti ci sei laureata rispondo: date un occhio a queste lezioni e poi ne riparliamo. È tutto in inglese, ma i video sono accompagnati dal testo a lato e sono davvero comprensibili. Inoltre il corso è una fonte di esercizi e materiali utilissimi sia per chi studia (e in questo caso si tratta di materiali adatti, con qualche scrematura, anche agli studenti delle scuole superiori) sia per chi insegna. Anche se il corso è già iniziato è possibile iscriversi e accedere a tutte le lezioni. Sono il tipo di risorse a cui mi piacerebbe accedere sia da studente sia da docente insomma. Io vi lascio un assaggio, poi vedete voi...





Mendel chi?

  PS. Ho già visto che per il prossimo autunno c'è in programma questo corso... :D

venerdì 22 marzo 2013

Alfabeti emotivi, lessico dei sensi

Oggi su Nuovo e Utile Annamaria Testa parla di analfabetismo emotivo e riflette sulla penuria lessicale che pare caratterizzare la produzione letteraria dell'ultimo secolo. Prendo spunto da queste riflessioni per farne un'altra. Annamaria nota giustamente che in molta narrativa le emozioni vengono veicolate ricreando immagini evocative invece di usare termini diretti che descrivono l'emozione stessa. Aggiungerei che questo avviene con la componente visiva, ma non con altre componenti sensoriali e lo trovo interessante. Ricreiamo una situazione emotiva descrivendone la scena in termini "visivi" e tralasciando in larga parte i termini legati agli altri sensi. È meno usuale imbattersi in descrizioni focalizzate sull'udito o su impressioni tattili o ancora olfattive. Si tratta forse non solo di analfabetismo emotivo, ma anche sensoriale e dal momento che le nostre sensazioni sono legate a filo doppio con le nostre emozioni, non troviamo e non usiamo parole nè per le emozioni nè per sensazioni che non siano visive. Tra l'altro si parla in questo caso di descrizioni  "visive" nel senso che ricreano l'immagine di una scena, ma anche qui il lessico legato alla sensazione visiva diretta (luce, colori, sfumature) rimane comunque povero. Ho estremizzato un po' la cosa per chiarire il punto, ma mi chiedo: Quando è cominciato questo processo selettivo a favore della vista? Certo gli studi sull'evoluzione ci dicono che biologicamente siamo meglio "tarati" sulla vista che sugli altri sensi, e la componente culturale o, meglio, "il quando" e "il dove" ci mettono pure lo zampino, ma fino a che punto? Si parla di analfabetismo emotivo legato alla narrativa a cavallo tra questo secolo e il precedente, quindi non è sempre stato così. Molti antropologi sociali osservano che in tempi passati vi era una maggiore attenzione e abitudine per esempio a puzze e odori (diciamo che un tempo le condizioni igieniche erano un po' diverse) e viceversa oggi la società usa sempre di più una comunicazione di tipo visivo. Queste osservazioni credo rischino di diventare un po' troppo generaliste e mi domando quanto ci sia di vero. E soprattutto quanto questo processo sia inesorabile e non modificabile. È possibile invertire questa tendenza? Un' attenzione maggiore a educazione lessicale, sforzarsi di cercare termini nuovi e non usare sempre solo quelle solite quattro parole, e un'educazione sensoriale che renda più consapevoli, aiuterebbero? Ha senso farlo? 
Esasperiamo per un momento questo ragionamento: immaginiamo di accettare questa tendenza, come forse sta accadendo, e di espandere ancora di più un tipo di comunicazione e espressione prettamente visivi. Ipotizzando a un simile scenario mi viene da pensare che il linguaggio, inteso come parole e lessico, ne sarebbero probabilmente ancora di più influenzati e modificati. Però, parlando sempre in termini di evoluzione, il nostro sviluppo cognitivo e culturale è stato determinato in buona parte dalla nascita del linguaggio e, successivamente, della scrittura (e capacità di leggere). La mia domanda quindi è: un passaggio ancora più estremo a una sensorialità e a un tipo di comunicazione basato su linguaggi visivi potrebbe essere interpretato come una forma di involuzione? O invece di ultraspecializzazione? Come cambierebbero le nostre capacità cognitive?
Ok sono scivolata nella pura elucubrazione, ma cosa ne pensate?

Arte Poética | Short Film from Neels CASTILLON on Vimeo.

martedì 5 marzo 2013

Anatomia e carta giapponese

Head by Lisa Nilsson, Picture by John Polak


Immagini anatomiche realizzate in carta di gelso giapponese, delle opere d'arte. Lisa Nilsson realizza le sue sculture anatomiche con un'antica tecnica chiamata "quilling" che consiste nell'usare sottili pezzi di carta arrotolati e combinati tra loro in modo da creare trame e forme tridimensionali. Si tratta di una tecnica usata già nel rinascimento e comune anche in oriente.  
Tutto è iniziato quando un amico ha inviato a Lisa un'antica riproduzione di un torso umano in sezione: il momento "ah-ah!". L'artista racconta infatti che guardando quell'opera dipinta a mano e osservando le forme anatomiche riprodottevi ha avuto subito l'impressione che il quilling sarebbe stata una tecnica perfetta per renderle al meglio. E riproducendo fedelmente quella prima immagine medica è nata Female Torso, la prima opera della serie.


Female Torso, Lisa Nilsson, Picture by John Polak

Tutte le sculture di Tissue Series sono estremamente fedeli alle immagini anatomiche di riferimento, prese spesso dal Visible Human Project, tanto da essere state apprezzate anche in ambito accademico e incluse in diversi percorsi didattici. 

Male Torso, Lisa Nilsson, Picture by John Polak


Head section, Lisa Nilsson, Picture by John Polak

Torax, Lisa Nilsson, Picture by John Polak
Abdomen detail, Lisa Nilsson, Picture by John Polak


Al momento due delle opere di Lisa Nilsson sono esposte nella mostra Teaching the body, Artistic anatomy in the american anatomy, from Copley, Rimmer, and Eakins to contemporary artists, alla Boston University Art Gallery fino al 31 marzo 2013. 
La mostra presenta lo studio dell'anatomia da un'angolatura diversa da quella tradizionale, mettendo in risalto la crescita parallela di scienza medica e disegno del corpo umano durante la quale le due discipline si sono reciprocamente influenzate. Insomma l'anatomia per gli artisti e il disegno anatomico per i medici. 

lunedì 4 marzo 2013

Se un neuroscienziato incontra un mago

Un po' di magia per iniziare bene questa settimana. In questo bel video del Scientific American i neuroscienziati Stephen Macknik and Susana Martinez-Conde si danno appuntamento con un illusionista svelandone i trucchi...

 

E per chi non fosse ancora soddisfatto consiglio di visitare il sito di James Randi, definito l'erede di Houdini, questo ex-illusionista dedito a smascherare finti maghi e ciarlatani stupisce davvero con effetti speciali.